Ritiro Vipassana: 10 giorni di meditazione in silenzio e la mia esperienza
Ho recentemente partecipato a un ritiro di meditazione Vipassana in Italia, in Toscana precisamente. Dieci giorni senza telefono e in silenzio, in mezzo alla natura a meditare: “che figata” potresti pensare. Come ogni cosa va contestualizzata e vista un po’ più da vicino per capirla meglio.
In questo articolo affronterò diversi punti, secondo me fondamentali, per avere una vaga idea di cosa sia un ritiro di meditazione Vipassana e se può fare per te.
In ordine vediamo insieme
- Cos’è un ritiro di meditazione Vipassana e come funziona (la tecnica, le regole, quanto costa)
- Se la tecnica di meditazione Vipassana sia una tecnica buddhista o laica
- La mia esperienza personale con un ritiro di meditazione intensivo e cosa ne penso
Cos’è un ritiro di meditazione Vipassana e come funziona
Vipassana è una tecnica di meditazione, quella che si dice abbia usato il Buddha per raggiungere l’illuminazione. Un ritiro Vipassana consiste in un isolamento – nel vero senso del termine – di dieci giorni in un posto, dove si impara la tecnica secondo una rigida schedule quotidiana. Quello che ho fatto io è a Liturano, in provincia di Firenze, in una proprietà di 24 ettari immersa nel verde e segue la scuola di pensiero di S. N. Goenka (ho scoperto che esistono diverse scuole di pensiero di Vipassana, leggermente diverse tra loro).
Come funziona praticamente un ritiro Vipassana
Un ritiro Vipassana di dieci giorni ha lo scopo di insegnare la tecnica di meditazione. I dieci giorni hanno tutti la stessa struttura giornaliera, con sveglia alle 4 del mattino e discorso di Goenka (registrato) e successiva meditazione (obbligatoria) che va avanti fino alle 9 di sera.
Questa è la giornata tipo di un ritiro Vipassana:
4.00 Sveglia con il gong (o si può chiedere una sveglia agli organizzatori)4.30 – 6.30 Meditazione nella sala di meditazione o nella propria stanza6.30 – 8.00 Colazione e riposo (la colazione è in effetti dalle 6.30 alle 7)8.00 – 9.00 Meditazione di gruppo nella sala9.00- 11.00 Meditazione nella sala di meditazione o nella propria stanza secondo le istruzioni dell’insegnante11.00 – 12.00 Pranzo e riposo (il pranzo è dalle 11.00 alle 11.40)12.00 – 13.00 Colloqui individuali con insegnante (se tipo hai qualche domanda, sennò puoi aggiungerlo al riposo)13.00 – 14.30 Meditazione nella sala di meditazione o nella propria stanza14.30 – 15.30 Meditazione di gruppo nella sala15.30 – 17.00 Meditazione nella sala di meditazione o nella propria stanza secondo le istruzioni dell’insegnante17.00 – 18.00 Merenda e riposo (la merenda è dalle 17.00 alle 17.20)18.00 19.00 Meditazione di gruppo nella sala19.00 – 20.30 Discorso di Goenka20.30 – 21.00 Meditazione di gruppo nella sala
Dopo l’ultima meditazione poi, si possono fare delle domande all’insegnante, ma tendenzialmente, almeno nel mio gruppo, tutti scappavano a dormire.
Insomma, uno spasso!
Le tecniche insegnate durante un ritiro Vipassana
Anapana
Man mano nei dieci giorni del ritiro vengono insegnate delle tecniche collegate:
I primi tre giorni si lavora sulla tecnica di Anapana, propedeutica per la meditazione Vipassana. Anapana consiste nel concentrarsi sul respiro. Ma non come pensavo io prima di andare lì, abituata a prendere aria dal naso, gonfiando la pancia, e buttarla via dalla bocca. La tecnica di Anapana vuole la completa attenzione di chi la pratica nel triangolo che vede i suoi confini nel labbro superiore e l’interno delle narici.
La prima giornata si sviluppa prendendo consapevolezza del tocco del respiro che riguarda quest’area. La seconda chiede ai partecipanti di mettere il focus sulle sensazioni fisiche che si provano (caldo, freddo, solletico etc.). La terza giornata restringe invece l’area al triangolo delimitato dal labbro superiore e dall’ingresso delle narici: bisogna notare tutte le sensazioni fisiche che si provano.
Ma qual è il senso di questa cosa? L’idea è affinare la sensibilità percettiva della mente sulle sensazioni fisiche e si fa su un’area molto piccola per permettere alla mente di notare tutto il notabile.
Come si pratica la meditazione Vipassana
Il quarto giorno si ha una botta di vita a un ritiro Vipassana perché si viene introdotti al motivo per cui 60 persone si stavano chiedendo nei primi giorni cosa stessero facendo lì.
Viene presentata la tecnica di Vipassana vera e propria, su cui si lavora dal giorno quattro al giorno nove, e anche il decimo in realtà.
La tecnica di meditazione Vipassana è concettualmente semplice: consiste nello scansionare, con la propria attenzione, il proprio intero corpo. Passando per aree piccole, dalla punta della testa alle punte dei piedi. Man mano che si avanza dal quarto al nono giorno, gli studenti vengono invitati a passare poi a un flusso libero e tornare a sezionare poi parti piccole.
Lo scopo della tecnica, similmente ad Anapana, è quello di allenare la mente ad essere sensibilmente percettiva su tutto il nostro corpo. Una mamma della Mindfulness dei tempi passati, in versione buddhista.
Cosa fondamentale della tecnica di Vipassana è che si medita – per lo meno nelle sedute di gruppo – seduti a gambe incrociate. In teoria, non ci si dovrebbe muovere o si dovrebbe arrivare a non muoversi con la pratica, sviluppando una parte fondamentale che è la forte determinazione (Adhiṭṭhāna).
Ma perché tutto ciò? La filosofia dietro la tecnica (cioè il senso di questa meditazione) la trovi tra un paio di paragrafi.
Metta Bhavana
L’ultimo giorno viene presentata la “tecnica” di Metta Bhavana – non è propriamente una tecnica – che consiste, verso la fine della pratica di meditazione, nell’augurare bene e amore a tutti gli esseri viventi.
Si tratta di un pensiero di amore che si rivolge al mondo. A parer mio, un concetto molto bello, oltre qualsiasi logica religiosa.
I discorsi serali di S. N. Goenka
Dal giorno 0, quando si arriva al giorno 11, quello della partenza, ci sono dei discorsi registrati di Goenka che vengono fatti ascoltare ai partecipanti. Si tratta discorsi ampi, toccano argomenti che vanno dal perché si fanno certe cose, a parabole da catechismo dal carattere fiabesco (poco adatte al mondo occidentale del 2026), da aneddoti sulla vita di Buddha, all’importanza delle donazioni.
In generale ci sono alcuni filoni su cui si spinge di più nei discorsi con l’avanzare dei giorni:
- Nei primi giorni si insiste molto sul fatto che questo metodo sia non settario, adatto a tutti e senza rituali (tutto ciò mentre si fanno un sacco di rituali in un’atmosfera da gruppo molto coeso).
- Nella parte centrale del corso, i discorsi premono molto su quanto sia “scientifica” questa tecnica di meditazione e introduce pian piano, sempre associandoli alla scienza, principi buddhisti che spiegano la vita. Giustifica ogni argomento religioso che tratta dicendo che è “legge di natura” e che diversi uomini di scienza, senza mai fare nomi, hanno capito e accolto nella loro vita questa meditazione, comprendendola. Parla di “unico modo per..” e “verità” (concetti che più che la scienza mi hanno ricordato i discorsi religiosi, quelli prepotenti, che ho sempre fuggito).
- Verso la parte finale del corso fa un pressing assurdo e sempre crescente sulle donazioni.
Le regole di un ritiro Vipassana e i 10 giorni di silenzio
La regola più famosa del ritiro sono probabilmente i dieci giorni di silenzio, il cosiddetto Nobile Silenzio: cioè non si può parlare con i compagni di corso. Gli unici casi, o meglio le uniche persone con cui si può parlare sono la manager del corso in caso di necessità, che è lì per risolvere eventuali problemi se ne sorgono, e l’insegnante, durante i colloqui. Per il resto ZITTI!
Il Nobile Silenzio non riguarda solo le comunicazioni verbali, ma anche quelle non verbali (non ci si può guardare, sorridere e toccarsi, per quanto possibile). Non riguarda solo le comunicazioni con gli altri ma anche quelle con se stessi: non si possono tenere né telefono, né materiali per scrivere, leggere, ascoltare musica o disegnare. Questa è la cosa che più mi ha disturbato di tutto: avrei scritto pagine e pagine di appunti che volevo fissare e che ora ricordo fumosamente, c’aveva ragione Daniele Silvestri!
A questo si aggiungono dei precetti che devono seguire tutti i partecipanti: astenersi dall’uccidere, dal rubare, da ogni attività sessuale, dal mentire e da ogni genere di intossicante. Una specie di 10 comandamenti buddhisti. Se poi sei testardo e dopo aver completato un corso di 10 giorni ce ne sono altri aggiuntivi, tra cui non assumere cibo dopo mezzogiorno. Una buona scuola anche per un digiuno intermittente livello pro.
In più c’è la separazione tra uomini e donne (non so come funziona con persone transgender), divieto di praticare rituali (altri) e portare oggetti spirituali e anche di fare sport.
Se sei interessato a leggere l’intero regolamento ecco la pagina del centro italiano.
In generale è un tipo di vita abbastanza monastico e effettivamente qualche giorno capita di sentirsi un po’ in prigione o privati di qualcosa. Anche se, dopotutto non me lo aveva certo prescritto il medico un retreat di meditazione così strutturato e poi ovviamente si può andar via quando si vuole.
Ma si pratica davvero un silenzio lungo 10 giorni?
Per valore di onestà io ammetto di aver interrotto il silenzio in diverse occasioni, alcune accettate dalle regole del ritiro, altre no.
Nei 10 giorni di silenzio ci sono delle occasioni – o meglio delle persone – con cui si può parlare: l’insegnante, nel momento dei colloqui, e la manager del corso, se si ha qualche problema. Bene, io ho sfruttato entrambe le possibilità arrivando dalla prima in crisi il secondo giorno di ritiro e assillando la seconda con un piccolo problema che ho avuto.
Oltre a questi contesti devo ammettere di aver violato la regola, attivamente o passivamente, un paio di volte.
Uno dei primi giorni ho tenuto aperto il cestino dell’umido per una signora che aveva le mani impegnate e doveva buttare degli scarti. Lei mi ha detto “thank you” e io le ho sorriso!
La seconda volta, più avanti nei giorni, nella stanza delle docce vedo una ragazza immobilizzata perché c’era una cimice sulla finestra (non sono simpatiche nemmeno a me). Decido a quel punto di utilizzare il kit salva insetto per mettere la cimice fuori e catturo la malcapitata con il mio contenitore e foglio rigido. A quel punto io ero con questa cimice troppo vicina a me per i miei gusti, in attesa che la ragazza aprisse la finestra per farla uscire. Ma lei rimaneva immobile. A quel punto ho tentato un cenno con la testa per non interrompere la regola del silenzio, che è stato il motivo principale per cui avevo scelto il ritiro. Nulla.
Ho dovuto quindi prendere una decisione difficile ma necessaria: dire esplicitamente alla ragazza di aprire la finestra per uscire da quella situazione che poteva trasformarsi in un preludio horror se la cimice mi fosse scappata dal barattolo prima della soglia della finestra.
La filosofia dietro la meditazione Vipassana
I ritiri Vipassana sono presentati come ritiri adatti a tutti, laici e appartenenti a qualsiasi credo religioso. Quando ho letto per la prima volta questa cosa l’ho apprezzata: apprendere una tecnica di meditazione che non sponsorizzasse nessuna religione mi sembrava figo.
La verità è che i ritiri Vipassana sono dei ritiri buddhisti a cui possono partecipare anche i laici o persone appartenenti a qualsiasi religione.
C’è lo scopo di convertire? Non lo so, ma possiamo dire che esista una religione che non abbia questo scopo?
La tecnica vera e propria della meditazione Vipassana ha un profondo senso religioso. Quando si medita, scansionando il proprio corpo seduti dritti a gambe incrociate per un’ora o più senza muoversi, vengono ovviamente fuori diversi dolori, pruriti etc. Secondo la filosofia buddhista questi fastidi non sarebbero altro che i nostri sankhāra, una specie di equivalente buddhista del peccato, originati da sentimenti di avversione o bramosia. Possiamo eliminare i sankhāra osservandoli “come farebbe uno scienziato” e rimanendo equanimi. Soffrire immobili, educarsi a sopportare il dolore osservandolo. Quando i dolori passano vuol dire che quel sankhāra è stato dissolto e solo continuando a meditare verranno fuori nuovi sankhāra – attraverso nuovi dolori e fastidi – che verranno dissolti sempre con lo stesso atteggiamento di equanimità, non reagendo.
Ovviamente andando a un ritiro Vipassana si possono prendere o non prendere per vere questi discorsi. Fatto sta che si passano dieci giorni bombardati da discorsi del genere, con un’insistenza sempre crescente, man mano che passano i giorni.
Quanto costa un ritiro Vipassana
I corsi di meditazione Vipassana, in teoria, non costano nulla, alla fine del corso è chiesta una donazione libera.
Quando li ho scoperti, venendo a sapere anche di questo aspetto li ho apprezzati ancora di più. Però il corso, e in particolare i discorsi serali, che i primi giorni apprezzavo molto, perché unica fonte di stimolo narrativo che caratterizzava le mie giornate, a un certo punto sono diventati, per me, molto fastidiosi.
Man mano che si va avanti nel corso, Goenka, nei suoi discorsi, fa un pressing sempre maggiore, con storielle – sempre le stesse parabole da catechismo – con un messaggio di fondo che ripete a voce sempre più alta: “dona!”.
Per carità, è chiaro che se una persona va a fare un corso del genere ha messo in conto di fare una donazione che sia adeguata ai 10 giorni di corso. E credo anche che ci sta che venga ricordato che è buona cosa farla questa donazione.
Ho però trovato fastidioso il modo in cui lo ricorda, quasi manipolatorio. Mi ha fatto molto sorridere il discorso del giorno 11 (minuto 38.34) dove arriva arriva addirittura a dire:
“se si impara una qualunque arte, una qualunque tecnica da un qualunque guru,da un insegnante e se in cambio non si dà guru dakkhina, guru dakkhina indica il compenso, la remunerazione per l’insegnante, se non date una giusta remunerazione, la tecnica non funzionerà”
Cioè tu passi lì dieci giorni a sentire quanto meravigliosa e salvifica sia questa tecnica, tramandata solo grazie alla compassione e all’amore degli altri. Bellissimo! Peccato che quando stai per andare via ti viene detto “Ehi ciccio, però se non paghi adeguatamente quello che hai imparato non funzionerà, sai?!”. Peggio di una fattura – in senso tradizionale, ma anche no – insomma!
Lo dico sempre: la vita, le persone e l’umanità stanno tutte nella frase delle frasi, che continuavo a cantarmi in testa “ognuno vive dentro ai suoi egoismi, vestiti di sofismi”.
La mia esperienza nel retreat
Sono arrivata al ritiro di meditazione Vipassana divisa tra le mie speranze e la mia disperazione. Penso che una persona decida di fare una cosa del genere quando vuole ricordare a sé stessa qualcosa, quando vuole trovare una qualche risposta, che non arriva mai verbalizzata.
Credo molto nel potenziale della meditazione, la pratico da anni e mi ha sempre, in qualche modo “salvato la vita” (mai quanto ha fatto Claudia, certo, ma è una buona concorrente).
Sono andata al ritiro Vipassana attratta soprattutto dal silenzio: nel mio lavoro devo parlare e intrattenere e fare dieci giorni di silenzio mi sembrava un detox pazzesco. Non avevo la speranza di ritrovare me stessa, di rimettermi in riga, escludendo tutte le distrazioni, digitali e non, e ascoltandomi.
I primi giorni sono stati disastrosi. Il giorno prima di partire avevo letto l’articolo di una ragazza che ci era stata e aveva scritto di una ragazza inglese che piangeva sotto la doccia. Mi sono sentita molto quella ragazza inglese, non ho pianto sotto la doccia, ma nei campi sì, probabilmente faceva parte del mio processo. Volevo scappare, quando facevo le mie passeggiate costeggiavo il sentiero da cui ero arrivata al centro e lì governava la malinconia. Dal terzo giorno ho deciso poi di affidarmi, avevo deciso io di andarci dopotutto e ogni lezione può essere dolorosa, avevo voluto la bicicletta e mi toccava pedalare. Ho smesso di piangere e ho cominciato a gestire meglio la mia malinconia, così come l’ansia e tutte le sensazioni che ho provato.
La mia seconda fase al ritiro Vipassana è stata caratterizzata da un bagliore di fiducia, nel metodo, nell’utilità e nella sperimentazione su me stessa. Le mie giornate in questa fase erano dominate dalla noia.
È arrivata poi la fase di fastidio e diffidenza, dovuta soprattutto ai discorsi serali, che tanto ci tengono a specificare l’assolutismo della tecnica, la possibilità di raggiungere la verità e il ricatto della donazione.
La meditazione Vipassana serve davvero?
Nonostante le premesse, che ritengo necessarie, perché non credo nell’affidarsi ciecamente a un metodo X perché a prima vista ci sembra sensato, credo che il ritiro Vipassana mi abbia fatto molto bene.
Mi hanno fatto molto bene i dieci giorni di silenzio, anche se sono stata una pessima meditatrice, perché non sono riuscita a fermare i miei pensieri, ma sono serviti anche quelli. Mi ha fatto bene l’isolamento e il contatto con la natura. Mi ha fatto bene la noia, caratteristica principale delle mie giornate. La noia non si sceglie, non appartiene quasi mai alla vita di tutti i giorni. È stato poi molto bello tornare a parlare il giorno dieci e poter ascoltare come gli altri avevano vissuto i dieci giorni, scoprendo di non essere stata l’unica a voler scappare via all’inizio.
Se serve davvero in generale non so dirlo. È certamente una prova con sé stessi, ma penso che le difficoltà che ognuno incontra varino un po’ in base alla condizione con cui una persona arriva lì e dal proprio perché.
Anche se… leggendo online qualcuno lo sconsiglierebbe:
Recensione trovata su Tripadvisor leggendo un po’ dell’esperienza online. Mi ha fatto molto sorridere leggere questa recensione, la condivido con ironia, la mia opinione è quella largamente espressa nell’articolo.
Tu lo faresti un ritiro del genere?
Io sono Santa, su questo blog parlo di viaggi, di sperimentazioni su se stessi, di crescita personale. Se ti va di parlare scrivimi pure su Instagram o mandami una mail.
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Ciao!
Gli insegnanti del corso che ho fatto io, disegnati da me. Erano molto belli la sera, durante la meditazione serale, illuminati dalla lucina che avevano tra loro due e da una pace che era un po’ contagiosa. Non ho parlato di loro nell’articolo, ma sono state delle guide molto dolci, per lo meno l’insegnante donna, che è quella con cui mi sono confrontata.
Sai che non lo so se fa davvero per me???
Non è stato facile. Io lo volevo fare da anni e ho trovato alla fine il tempo e il coraggio di farlo, ma al momento non credo che lo rifarei così strutturato
Io ho iniziato da pochissimo a meditare, sempre con pratiche guidate. E’ una tecnica che mi rilassa motlo, ma avendo iniziato da poco non posso dire ancora se mi faccia bene o se Si addice alla mia personalità. Non so se sarei capace di fare il percorso che hai abbracciati tu, per me troppo rigido e schematico. Per come sono fatta uscirei da li e non farei più nessuna pratica. Ti ammiro moltissimo, Si vede da come ne parli che ti ha colpito positivamente,
Non sono mai riuscita a fare meditazione, penso per il mio carattere, non sono capace di stare ferma, ho sempre bisogno di movimento e di socialità. Per me rilassarsi significa stare all’aria aperta, immersi nella natura, camminare, ascoltando i rumori che mi circondano o della musica.
Un’esperienza fortissima, sicuramente non per tutti. Non credo lo farei perché non ho l’abitudine a meditare e faccio yoga veramente saltuariamente quindi tutta quella meditazione peserebbe su di me come un macigno. E onestamente non riuscirei proprio a stare dieci giorni senza sentire i miei cari. Nonostante ciò penso che davvero questa esperienza abbia la capacità di tirarti fuori un grosso peso e che possa essere l’inizio di un percorso di rinascita. Non farei un’esperienza così estrema ma un ritiro più soft magari con due amiche forse si 🙂
Hai descritto l’esperienza di 10 giorni in un ritiro Vipassana come un’immersione terapeutica e intensa, capace di trasmettere il percorso dalla confusione mentale alla consapevolezza interiore: una preziosa testimonianza di scoperta personale. Dopo questa immersione nel silenzio, come è stato l’impatto con il ritorno alla tecnologia?
Mi è venuta l’ansia leggendo la tua esperienza. Non credo di essere in grado di affrontarla eppure una vocina mi dice che è proprio questo lo scopo, mettersi alla prova e superare la comfort zone per vivere meglio con se stessi.
Più leggevo la tua esperienza e più rabbrividivo. Sicuramente questa cosa non fa per me per un sacco di motivazioni, alcune di carattere affettivo: non mi fido a staccarmi completamente dal mondo con due genitori anziani, altre di carattere puramente personale: se alle 4:00 del mattino mi svegli con un gong ti metto le mani addosso. Ho molto interesse nei confronti della meditazione ma credo partirò con qualcosa di molto più soft.
Mi sa di no, non penserei di farcela. Già ho difficoltà a meditare, l’ho fatto un po’ durante il covid, ma i pensieri continuavano a vagare, poi 10 giorni di silenzio, penso troppo rigido per me